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Minimi cenni sui massimi sistemi


Libri


16 agosto 2013

Balnearità



«La nostra concezione della società differisce dalla società ideale prospettata dai fascisti e da molti magnati del mondo degli affari e della politica. Essi preferiscono una organizzazione in cui tutti i comandi provengono dall'alto senza che sia possibile nessuna riversibilità. Sotto di essi gli uomini sono stati ridotti al livello di esecutori degli ordini di un centro nervoso che pretende di essere superiore. Desidero che questo libro sia inteso come una protesta contro questa utilizzazione inumana degli esseri umani, poichè sono convinto che impiegare un uomo richiedendogli e attribuendogli meno di quanto comporta la sua condizione umana significa abbruttire questa condizione e sperperare le sue energie. É una degradazione della condizione umana legare un uomo a un remo e impiegarlo come sorgente di energia; ma è altrettanto degradante segregarlo in una fabbrica o una galera che impieghi gli esseri umani per una insignificante frazione delle loro attitudini che costruire una società in cui essi possano elevarsi in tutta la loro statura. Coloro che soffrono di un complesso di potenza sanno che la meccanizzazione dell'uomo è il mezzo più semplice per realizzare le loro ambizioni. Sono convinto che questa facile via al potere comporta non soltanto l'annullamento di quelli che io credo siano i valori morali dell'umanità, ma anche l'eliminazione delle attuali, labilissime possibilità di sopravvivenza della razza umana per un periodo considerevole.»


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27 aprile 2013

Garantismi

In quell'istruttoria però è stato sottolineato un aggancio molto più tradizionale e perverso, sempre in voga: l'inserimento di figli di magistrati per fare pratica negli studi legali, chiesto dai padri agli avvocati che erano loro controparti nei giudizi. Un penalista di primo piano, intercettato nel 2004, si sfoga perché non riece più a soddisfare tutte le domande dei «giudici che tengono famiglia»: «Io l'altro mese feci una riunione allo studio perché ormai non so quanti cazzo ne siamo. E sto dicendo di no a un sacco di gente perché qua va di moda far venire i figli allo studio mio... Mi so' fatto nemici due giudici... me ne mandò un altro quel pm e dovetti dirgli di no». E quando il genitore di uno dei rampolli rifiutati nega con modi inusualmente irritati un patteggiamento concordato da tempo, lui si preoccupa: «Non sarà mica perché non gli ho detto di sì a far venire il figlio allo studio?». La soluzione è semplice: telefona all'illustre padre e apre le porte dello studio al neolaureato, ottenendo un ringraziamento e una preghiera: «Avvocato, vi volevo chiedere questo: ma voi ce la fate a seguirlo direttamente...». Non sono situazioni isolate. Anche a Catanzaro un giudice è stato criticato per non essersi astenuto dal pronunciarsi su un clan che vantava tra i suoi penalisti il figlio dello stesso magistrato.

da "I Gattopardi", di R. Cantone e G. Di Feo


29 settembre 2012

Satanismi

«Amico mio, la verità autentica è sempre inverosimile! Lo sapete? Per rendere la verità più verosimile bisogna assolutamente mescolarla con la menzogna. Gli uomini hanno sempre agito così. Forse qui c'è qualcosa che noi non comprendiamo.»

«Ma capisci, gli grido, capisci che se mettete in primo piano la ghigliottina e con tanto entusiasmo è semplicemente perchè tagliar teste è la cosa più facile, mentre avere un'idea è la più difficile!»

«Chiunque merita un ombrello.»


(da "I Demoni", di F. Dostoevskij. L'immagine no, ma spero che la precisazione sia superflua)


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3 settembre 2011

Storia della borghesia di Stato

Scritto nel 1974 da Scalfari e Turani, "Razza padrona" è il racconto delle vicende economiche italiane a partire 1962, anno della nazionalizzazione dell'industria elettrica. In questo periodo si osserva l'epopea di Cefis che, campione di una "borghesia di Stato", si fa imprenditore con i denari pubblici. Il parziale fallimento dell'esperienza del centrosinistra nel recuperare, cito, «un pluralismo ben più ricco attraverso la partecipazione democratica alla grandi come alle piccole scelte della collettività» (fallimento di cui si può dare qualche spiegazione extra-politica) portò, negli anni, alla confusione tra il ceto politico e il ceto economico «fino a formare un tutto organico, dove la primazia apparente spetta al potere politico, ma quella effettiva viene esercitata dal potere economico», fino al punto in cui, «negli anni Sessanta le forze politiche sono gradualmente diventate altrettante appendici dei gruppi economici, tra i quali le imprese che gestiscono il capitale pubblico non hanno assunto il ruolo di gran lunga dominante».

(Osserviamo di sfuggita che oggigiorno, con il trionfo della ideologica furia privatizzatrice che vuole lo Stato fuori dall’economia, il potere economico è ancora più dominante rispetto al potere politico, a conferma delle parole di Marx sulla missione dell’ideologia: nascondere gli interessi del capitale dietro l’illusione di un interesse generale, paralizzando la resistenza delle vittime.)

Lo scopo del libro, dichiarato dagli autori stessi, è «raccontare la confisca del potere politico ed economico effettuata da uomini utilizzando il denaro dello stato per finalità che con lo stato niente avevano da vedere, e senza incontrare resistenza alcuna da parte di chi veniva espropriato e confiscato»

Passaggio chiave di questo processo di spoliazione del patrimonio pubblico è la morte di Mattei, sostituito all’ENI dal suo numero due, Cefis, che apprende la lezione del predecessore e la stravolge: gli autori citano Raffaele Mattioli, secondo cui «Mattei è stato il più grande corruttore di questo Paese: […] ha messo le debolezze e la corruttela dei politici a servizio del suo disegno. Gli altri che sono venuti dopo l’hanno imitato solo nel peggio: hanno messo la corruttela dei politici a servizio dei loro interessi». Politici che, citando Manzoni, «per l’abitudine a dir di sempre di sì avevano disimparato come si faccia a dir di no».

Ma sarebbe superficiale incolpare il solo Cefis: coerentemente con l’adagio secondo cui dove si vedono apparentemente agire persone, agiscono in realtà situazioni, a fare una brutta figura è un po’ tutto il mondo economico italiano, dai petrolieri (come Moratti e Garrone, “allevati” dall’ENI e dominanti in un’industria «nera, e non soltanto per la sua attitudine a inquinare l’atmosfera»), agli imprenditori edili (come Pesenti), ai finanzieri (Bonomi, Sindona), fino agli industriali (Agnelli e Pirelli, che ostacolano Cefis usando tutto fuorchè le armi giuste, i miliardi). Ne viene fuori il ritratto dell’indigeno capitalismo senza capitali, in cui le relazioni personali contano più della bontà dei piani industriali.

Fa una certa impressione leggere in un libro scritto quasi quarant’anni fa nomi e circostanze che si sarebbero ripetute nella storia recente italiana. Non si resta indifferenti nel leggere del processo di Renato Squillante per i fondi neri Montedison, e si sobbalza quasi quando si apprende che «si ha il fondato sospetto che le ruote che dovevano essere “unte” lo furono abbondantemente» in occasione della robusta defiscalizzazione di capitali legati alla fusione tra Montecatini ed Edison (la maxi-tangente Enimont ebbe, circa vent’anni dopo, una genesi molto simile). Il lettore del 2011, al termine di questo excursus economico-politico, non può sottrarsi a quel retrogusto amarognolo dato dalla strana sensazione dell’eterno ritorno dell’uguale.

(P.S.: Fa una certa sensazione trovare, a pagina 428, che Cefis si sarebbe opposto con Agnelli all'elezione di Visentini alla testa della Confindustria perché quest'ultimo sarebbe stato indigeribile agli occhi del potere politico in quanto «massone». La sorpresa nasce, chiaramente, al lettore del 2011: all'epoca non si sapeva nulla della P2, al giorno d'oggi c'è chi sospetta che Cefis l'abbia addirittura fondata, per poi lasciarla gestire a Gelli e Ortolani)


22 luglio 2011

Sconsigli per gli acquisti

L'omicidio di Guido Rossa è una vicenda importante nella storia degli anni di piombo. Dopo il libro di Sabina Rossa (*), la figlia dell'operaio assassinato dalle BR nel '79, il giornalista del Corriere Giovanni Bianconi è tornato sul tema raccontando la vita di Vincenzo Guagliardo, che sparò a Rossa - ferendolo, ma non uccidendolo. A oltre trent'anni di distanza, la cosa più interessante di quella vicenda è il perchè Riccardo Dura, che doveva solo proteggere l'azione di "avvertimento", contrariamente ai piani, si sia preso la briga di sparare per uccidere. Questo tema non è affrontato da Bianconi - non si diventa giornalisti del Corriere a caso -, che si limita compitare una cronologia arricchita da qualche inutile psicologismo. Il tutto alla modica cifra di 18,50 euro.


*: da leggere senza dubbio


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18 luglio 2011

Letture estive

«In primo luogo, le cause della crisi [greca] [...]. La Grecia ha un pubblico impiego eccessivo, con ottocentomila dipendenti dipendenti su undici milioni di abitanti, e una popolazione attiva di meno di tre milioni, ma, di questo elefantiaco apparato, quasi un quinto è rappresentato dall'esercito (il più numeroso della UE in rapporto alla popolazione), un retaggio della persistente crisi cipriota, che determina tuttora fortissime tensioni tra Grecia e Turchia e che la UE non ha fatto assolutamente nulla per risolvere. Tale situazione di guerra latente fra i due paesi ha poi anche delle ricadute che fanno comodo a qualche partner europeo: la Grecia è il secondo importatore mondiale di armi, gran parte delle quali francesi e tedesche. [...]
E la cosa diventa sfrontata quando si constata che i tedeschi, apostoli del rigore monetario e che chiedono ai greci sacrifici umani per rimettere ordine nei conti, poi non dicono nulla sulla prosecuzione di queste spese. Anzi, ad ascoltare il Wall Street Journal, avrebbero condizionato il loro obolo ad Atene alla conferma degli ordinativi per armamenti. E altrettanto avrebbero fatto i francesi. Insomma: le ditte francesi e tedesche vendono armi allo Stato greco che le paga con soldi avuti in prestito dalla Francia e dalla Germania, che forse non riuscirà mai a restituire. La UE è anche questo.»

«Le agenzie di rating sostengono che a garanzia dell'obiettività del loro lavoro mettono in gioco la propria credibilità. Messa in questo modo, considerando la generosità con cui sono stati certificati i titoli della Enron, dell aParmalat, della Lehman Brothers e di altre consimili imprese, i responsabili di Standard & Poor's, Fitch e Moody's dovrebbero ora stare in mezzo a una strada, a suonare l'organetto e offrire oroscopi ai passanti. Eppure, la loro capacità di influenzare i mercati, se non proprio intatta, è ancora molto elevata. [...]
Nessuno, però, sa quali siano le informazioni e i criteri con cui le agenzie operano, anche se qualcosa filtra di tanto in tanto. In realtà, il sospetto diffuso è che le agenzie operino in molti casi con criteri "politici", decidendo quando declassare o promuovere un titolo qualsiasi in base a calcoli che poco hanno a che fare con la realtà finanziaria del soggetto certificato.»

«L'ipercapitalismo finanziario non è sinonimo di libero mercato (anzi, è molto più antimercatista di quel che non proclami) e non è neppure il sistema capitalistico in quanto tale, ma solo una delle sue incarnazioni storiche, basata sull'assoluto predominio della finanza. Keynes (che non era un oppositore del capitalismo) diffidava dell'egemonia della finanza che può dar luogo a una situazione in cui "lo sviluppo di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò". Tuttavia dai suoi tempi molte cose sono cambiate: adesso il casinò è una bisca in cui la roulette è truccata, e il croupier mette le mani in tasca ai giocatori che, però, usano fiches false.
O pensate che un CMO (Collateralized Mortgage Obligation) valga più di una fiche falsa?»



da «2012: La Grande Crisi» di A. Giannuli




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9 maggio 2011

La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto "al momento giusto"

Scritto nell'estate del 1978, a distanza di pochi mesi dai fatti, l'Affaire Moro di Leonardo Sciascia è forse un esempio di instant book ante litteram. Sciascia, contrario al compromesso storico e in rotta con il PCI, analizza in profondità il poco materiale disponibile sul caso Moro, del quale si occuperà negli anni successivi quale membro della Commissione parlamentare di inchiesta. Il "poco materiale disponibile" per la scrittura del libro si può elencare facilmente: i comunicati delle BR e gli articoli pubblicati sui giornali nei 55 giorni (il dizionario del Tommaseo, citato in varie occasioni, non è esattamente una fonte). Il tutto tenuto insieme dal talento dell'«intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero» (Pasolini viene richiamato esplicitamente da Sciascia, ma l'accostamento sarebbe stato naturale).
Da intellettuale, infatti, Sciascia intuisce l'importanza dell'allora - e, per molti versi, tuttora - inedito  "memoriale Moro", come saranno poi ribattezzate le carte scritte dal presidente della DC durante la prigionia. Solo nel 1990, infatti, furono scoperti in via Monte Nevoso, a Milano, i documenti che riguardavano la struttura Stay Behind (Gladio) - curiosamente, nessuno nell'ottobre del 1978 li aveva trovati. Lo scrittore individua correttamente le divisioni tra i brigatisti, e riconosce nel falso comunicato numero sette (non era ancora noto l'autore, Chichiarelli, un falsario legato alla banda della Magliana) un fondamentale snodo della vicenda.
Sciascia rende giustizia alla figura di Moro, sgombrando il campo dalle mistificazioni democristiane che lo volevano Statista integerrimo, reso purtroppo incapace di intendere e volere dalla condizione di prigionia. Al contrario, secondo lo scrittore siciliano, il presidente della DC era perfettamente lucido e non si capacitava dell'atteggiamento improvvisamente rigido dei suoi compagni di partito (tre anni più tardi, in occasione del sequestro Cirillo, la reazione al rapimento fu molto diversa): Moro reclamava un trattamento da prigioniero di guerra, per la cui liberazione è legittimo trattare, rivendicando anche sue posizioni espresse in tempi non sospetti. Insomma, qualcosa di molto lontano dal servitore della Ragion di Stato che mette in secondo piano la propria vita.
Se vogliamo trovare un neo, Sciascia forse trascura di controllare (e forse lo fa intenzionalmente, spingendo il lettore a controllare da sè) chi fosse il Caetani che dà il nome alla via in cui fu fatto ritrovare il cadavere di Moro: non era nè l'arabista nè, genericamente, la famiglia a cui appartenne papa Bonifacio VIII, bensì Michelangelo Caetani, apprezzato dantista. Ed è un peccato che non l'abbia sottolineato, perchè si sarebbe potuto collegare a un'interessante osservazione che si legge nelle prime pagine:
«Prima che lo assassinassero, [Moro] è stato costretto, si è costretto, a vivere per circa due mesi un atroce contrappasso: sul suo "linguaggio completamente nuovo", sul suo latino incomprensibile quanto l'antico. Un contrappasso diretto: ha dovuto tentare di dire col linguaggio del nondire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire. Doveva comunicare utilizzando il linguaggio dell'incomunicabilità. Per necessità: e cioè per censura e per autocensura. Da prigioniero. Da spia in territorio nemico e dal nemico vigilata».
Inquietante è però il finale, dal sapore profetico per il lettore di oggi che conosce il seguito: è il 24 agosto 1978, e Sciascia ricorre a una citazione di J.L. Borges (Ficciones):
«Ho già detto che si tratta di un romanzo poliziesco... A distanza di sette anni, mi è impossibile recuperare i dettagli dell'azione; ma eccone il piano generale, quale l'impoveriscono (quale lo purificano) le lacune della mia memoria. C'è un indecifrabile assassinio nelle pagine iniziali, una lenta discussione nelle intermedie, una soluzione nelle ultime. Poi, risolto ormai l'enigma, c'è un paragrafo vasto e retrospettivo che contiene questa frase: "Tutti credettero che l'incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale". Questa frase lascia capire che la soluzione è sbagliata. Il lettore, inquieto, rivede i capitoli sospetti e scopre un'altra soluzione, la vera.»


21 marzo 2011

Insultarsi a Milano

«Con quante minuziose nuances caratteriali [si possono] definire i diversi tipi di coglioni, secondo i vari casi e ceti, nella vecchia Milano e nel suo contado o "dépendances" oltrepadane o "ariose"?... Ricchi lemmari: babacio, macaco, tarlücch, farlocch, bamba, pirla (con pirlott e pirlutòn), ciula (da cui «grand-e-ciula», «ciulandari», ecc.), sempi, erti, loffi, imbesuii, tripee, intreggh, martüff, asnòn, minciòn, lendenòn, püviòn, lasagnòn, lümagòn, babiòn, baüsciòn, biciolan, gadan, bagian, giavan, trigoss, semo, giuanduia, gandula, sgolgia, cucudrila, balabiott, ciaparatt, «fa' minga el cucù» ...»

da "L'ingegnere in blu", di A. Arbasino, p. 121


26 settembre 2008

Modi suadenti

«Non lasciamoci mai persuadere dall'argomento «tanto non hai niente da perdere». C'è sempre qualcosa da perdere! Al minimo, la nostra tranquillità, e al massimo la nostra autostima e quel po' di fiducia che abbiamo nella vita, negli altri, nelle istituzioni.»

M. Piattelli Palmarini, L'arte della persuasione


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18 agosto 2008

Consolazioni

Scoprire che l'autore di questo libro ha curato la traduzione e la prefazione di "La scoperta dell'alba", il romanzo di Walter Veltroni, mi fa vergognare un po' meno di quello che ho fatto 13 aprile scorso.

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